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Luigi Sturzo “Facciamo nuove tutte le cose”

di Angelo Consolo Venerdì, 02 Maggio 2014

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Luigi Sturzo “Facciamo nuove tutte le cose”

Una delle più importanti affermazioni di San Giovanni la troviamo nel libro dell’Apocalisse: “Colui che sedeva sul trono disse: ‘io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21,5). Questa proposizione, dal contenuto difficile, è un aspetto essenziale della nostra creaturalità.

Il passo inizia con il verbo ‘fare’. Nella sua eccezione linguistica il termine significa ‘eseguire’, ‘produrre’, ‘realizzare’. Abbiamo qui forse un’indicazione di come il teologo dovrebbe parlare del mistero, di cui gli è stata affidata l’interpretazione. Fondamentalmente significa con probabilità: “Facciamo nuove tutte le cose”. Che cosa significa ciò? È una trasposizione letteraria sbagliata, sono consapevole, anche se un po’ audace e lapidaria, ma è l’espressione di assenso solenne e rispettoso ed è oggetto di meditazione profonda. Essa ci dice che bisogna leggere la volontà di Dio nel sociale.

Non è solo il contrario di non fare le cose, non è solo l’intensione di fare. È di più: è quando noi agiamo in modo giusto e quando tra ogni singolo uomo regna la giustizia.

“Facciamo nuove tutte le cose” è l’immagine ereditata dall’Apocalisse e si potrebbe considerare la sigla di tutta la Rerum Novarum (traduzione: delle cose nuove, delle novità) di Leone XIII. L’Autore (15 maggio 1891), con la sapienza e coraggio che gli vengono dalla cattedra di Pietro, dà il via a qualcosa di nuovo, d’innovazione e d’apertura alle questioni della società. Il senso è questo: il Signore in terra sa fare nuove tutte le cose divenendo principio d’istanze nuove e di energie nuove. Mi sembra di riconoscere nel documento leoniano un invito a operare nella società che ha nel suo interno una frattura morale.

Nella società, quindi, c’è in crisi la morale. Ma questa immagine, questa espressione che si erge come in trono, è una risposta alla coscienza dell’uomo terreno accidentato, ma curante della proprietà privata. Il clima culturale in cui si legge il documento leoniano è quello del Manifesto del partito comunista (1848) e del marxismo. E un momento di grande inquietudine e pessimismo, dominato dall’insofferenza verso le istituzioni. C’è molta ostilità verso il papato, il patrimonio economico, le imposizioni politiche. In questo contesto bisogna collocare il sincero tentativo di risolvere la questione operaia.

L’Autore della Rerum Novarum ci lascia un appello e accoglie il consenso: “Lo scopo del lavoro, il fine prossimo che si propone l’artigiano, è la proprietà privata” (Così inizia la prima parte della Rerum Novarum).

Il ragionamento è questo: bisogna riscoprire il senso della convivenza nel sociale, e non solo: “Il vero e radicale rimedio non può venire che dalla religione, si persuadano tutti quanti della necessità di tornare alla vita cristiana” (così termina). Mi permetto di dire che l’espressione dell’Apocalisse è una chiave di lettura che emerge in campo politico, in anni lontano dal Manifesto, nella figura di don Sturzo (Caltagirone 1871 - Roma 1959) il quale nell’età giovanile fece un grande sforzo per difendere la Rerum Novarum e fu il fondatore del nuovo Partito Popolare Italiano (1919), partito cattolico conservatore dal contenuto democratico pacifico, ma schierato contro il marxismo positivista, contro il Manifesto, contro la lotta di classi, contro la triade marxista (borghesia, proletariato, socialismo).

Il PPI fu certamente anche questo, sicuramente e soprattutto questo. Fu il partito della speranza democratica con tre argomentazioni incoraggianti:

a) un richiamo all’esigenza d’incontrare il cittadino;

b) un invito all’impegno, sì, ma anche all’ottimismo e alla speranza;

c) un invito al vincolo per il bene comune, anche concreto, per certi aspetti anche politico.

Sturzo, che ben conosceva il documento leoniano, fu consapevole che non poteva chiudersi tranquillamente nel palazzo municipale o in sagrestia, ma doveva anche uscire per le strade che grondano di molte ingiustizie. Il socialismo si poneva come un falso rimedio, una falsa rivoluzione, e don Sturzo criticò anche il “concetto liberale” che informava tutta la legislazione moderna.

“Facciamo nuove tutte le cose” è pure, attraverso il velo dei simboli, il grido di don Sturzo che denunciava l’ingiustizia del liberalismo.

Ed ecco allora le parole di Sturzo, queste parole che descrivono l’instabilità del liberalismo: “Esso, come scompose le classi organate, togliendo loro il carattere giuridico e civile, e perfino, nella prima epoca del liberalismo classico, non riconobbe agli operai facoltà di consociarsi a scopi professionali; così, partendo dal principio che tutto deriva dallo Stato, unico e assoluto detentore delle ragioni sociali dei popoli, ridusse in Comuni a enti amministrativi burocratici” (L. Sturzo, Funzioni e salvaguardia dell’autonomia comunale. Tratto da A. Carrà, Orientamenti e testimonianze sulla questione meridionale, Quaderni del meridione, Celebes, Trapani 1965, p.516).

Per la storia, nel 1892 (gli anni di Leone XIII), nella Sicilia si avvertiva la gravità delle condizioni dei Municipi e le possibili dolorose conseguenze. I governanti trascuravano la misera condizione economica delle amministrazioni comunali, dimentichi che il dissenso dei Comuni e il carico tributario imposto gravitava maggiormente sui contribuenti (Colajanni). Il giovane Sturzo da amministratore della sua città (1905-1920) si riteneva persuaso che proprio dal Comune sarebbe partita la rigenerazione rivoluzionaria del popolo. Egli esprimeva il dissenso per chi non contrastava il liberalismo, nodo da sciogliere per salvaguardare i cittadini.

Per un intervento costruttivo dei cittadini nelle questioni più importanti della vita comunale, l’obiettivo era quello di garantire il referendum popolare. “Il referendum popolare – parole sue –, istituto rispondente alla natura del Comune e alle esigenze della vita collettiva […], è l’andamento stesso della società” (Ibid. p.522).

Verrebbe da dire ancora una volta: “Facciamo nuove tutte le cose”.

Questa è la ‘sigla’ compendiosa che sintetizza la carica amministrativa di Sturzo ed è di notevole importanza, perché pone l’accento sul risorgere di quelle critiche apparentemente molteplici, ma in realtà indirizzate ai governanti e ai politicanti preoccupati delle finanze dello Stato, come nell’oggi del presente. Da Roma, Giovanni Palladino, figlio di Giuseppe l’esecutore testamentario, informa che nel 2002 il Card. Ruini ha avviato il processo di beatificazione.

Entro il prossimo anno sarà chiusa la fase diocesana e tutta l’indagine (più di 100 testimonianze largamente positive raccolte in Italia, in Francia, in Inghilterra e negli Stati Uniti) passerà alla Congregazione dei Santi.

Negli Annali di Palladino si trova un aforisma di Luigi Sturzo che cade a tema: “una società ideale deve unire cielo e terra alla luce della presenza di Dio”

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