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L'esempio di Luigi Sturzo contro la corruzione

di Marco Cecchini Martedì, 15 Aprile 2014

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L'esempio di Luigi Sturzo contro la corruzione

Chi subisce l’eccessivo fascino della politica e del potere derivante da cariche governative farebbe meglio a tenersi lontano dalla cosa pubblica, perché “l’amore del denaro lo condurrà a mancare gravemente ai propri doveri”. Potrebbe sembrare una citazione di papa Francesco, ma è in realtà una considerazione di Luigi Sturzo del 1938, dettata dallo stesso impegno concreto e portatrice di un messaggio che non è stato scalfito dal passare del tempo, anzi.

La troviamo alla voce ‘Corruzione’del Lessico sturziano recentemente pubblicato da Rubbettino, un’opera di cui si avvertiva la necessità, che intende riproporre i capisaldi del pensiero del sacerdote di Caltagirone, per rilanciare la sua figura e ribadire la sua importanza politica e culturale.

Sulla parte dedicata ai rapporti illeciti tra cittadini e amministrazione pubblica, curata dal magistrato Gaspare Sturzoattività che il nostro dedicò alla lotta per “vincere le battaglie sia contro la corruzione elettorale sia contro la corruzione amministrativa e politica”sindaco di Caltagirone fu una palestra efficace che mise Sturzo in contatto diretto con le dinamiche della corruttela pubblica e privata. Il modello sturziano proposto durante la campagna elettorale può essere riassunto con le sue stesse parole: “Io non vi darò nessun compenso per il voto, né vi prometto alcun che di personale, tranne che una buona amministrazione quando avrò conquistata la maggioranza”.

 

Questo impegno trova la sua immediata applicazione nel concreto: uno dei primi esempi è la denuncia del sistema illegale sotteso all’assegnazione dell’appalto per l’illuminazione pubblica di Caltagirone; denuncia che varrà al partito cattolico municipale la vittoria elettorale. Altro episodio in cui Sturzo dimostra il suo coraggio e la sua determinazione è lo scioglimento del corpo dei vigili di Caltagirone, colpevoli di avere “approfittato degli approfittatori” essendo entrati in affari con la mafia locale, ed essendo diventati una forza autonoma che sfruttava il proprio potere per fini illeciti.

Nei suoi scritti e discorsi Sturzo individua con chiarezza gli estremi del problema, che sono in realtà le responsabilità schierate sullo scacchiere della convivenza sociale: quella del rappresentante delle istituzioni corrotto e quella del cittadino che accetta questo sistema per ottenere il suo scopo. È in definitiva una questione civica, prima che politica: se Sturzoaltra parte è consapevole del fatto che questa donna, per utilizzare le parole di Gaspare Sturzo, “non abbia scelta, benché abbia un diritto, sia in fondo il soggetto più debole rispetto al mostro di una burocrazia tentacolare e fuori da ogni controllo”.

Un fenomeno che, per la diffusione e l’acquiescenza che lo circonda, potrebbe essere definito un ‘vizio di procedura’. Il problema è socio-culturale, si tratta di combattere contro una mentalità: “se di questo passo in tutti i comuni si andrà allo sfacelo, la colpa è degl’italiani, che ancora bisogna fare!, afferma Sturzo nel 1949. Quanti passi avanti sono stati fatti da quel momento?

La sua esperienza americana, durante la quale aveva assistito agli scandali causati dalla corruzione della pubblica amministrazione, fa sì che una volta tornato in Italia Sturzo fosse consapevole dei rischi dovuti a uno Stato eccessivamente presente: “Oggi che lo stato è divenuto gestore diretto o indiretto di una serie interminabile di enti, l’occasione di traffici indebiti è centuplicata”. Questa esperienza gli permetterà inoltre di anticipare le strategie di coloro che detenevano il controllo dell’opinione pubblica attraverso il sistema mediatico, che col tempo è andato acquisendo sempre più potere.

La battaglia del sacerdote si focalizza su tre temi principali, le così dette ‘male bestie’ dello statalismo, della partitocrazia e dell’abuso di denaro pubblico. La ricetta per contrastarli è semplice e diretta, ma non per questo di facile attuazione: seguire l’ordine morale utilizzando come punto di riferimento i principi cristiani dell’amore per il prossimo.

Che Sturzoamministrazione italiana è evidente anche dalla sua battaglia a favore della trasparenza nei rapporti tra enti pubblici e privati: “Quando entrate e spese sono circondate dal segreto della loro provenienza e della loro destinazione, la corruzione diviene impunita; manca la sanzione morale della pubblica opinione; manca quella legale del magistrato; si diffonde nel paese il senso di sfiducia nel sistema parlamentare”. Poche righe che riassumono alla perfezione il processo che avrebbe informato la storia italiana fino ai nostri giorni.

E non è tutto: in un articolo del 1949 intitolato Moralizziamo la vita pubblica, Sturzo mette in guardia dai rischi derivanti dal conflitto di interessi e dal sistema dei “controllati controllori”, affermando la necessità di una separazione tra chi controlla le attività degli enti finanziati con il denaro pubblico e chi li amministra. Nel 1958, già senatore a vita, presenta il disegno di legge Disposizioni riguardanti i partiti politici e i candidati alle elezioni politiche e amministrative, volto a regolare e a monitorare i finanziamenti ai partiti e ai singoli candidati.

Non ci stupisce che questi spunti siano rimasti inascoltati al punto da far guadagnare a Sturzo l’epiteto di Cassandra della vita politica italiana: stavolta la sentenza per i posteri non è affatto ardua, è evidente che il sacerdote aveva colto fin troppo acutamente nel segno.

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