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I falsi miti del ritorno alla lira

di Marco Cecchini Martedì, 29 Aprile 2014

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I falsi miti del ritorno alla lira

Si avvicinano le elezioni europee, e tra le voci della ‘campagna elettorale’ si fa sentire anche quella della propaganda antieuro che vorrebbe tornare alla moneta nazionale. Dai dati delle ultime proiezioni risulta che gli euroscettici potrebbero ottenere circa 150 seggi sui 751 del nuovo Parlamento europeo, una porzione non piccola che risulterebbe decisiva per spostare la maggioranza tra le due grandi coalizioni dei popolari e dei socialdemocratici.

Con l’articolo “Quanto ci costa uscire dall’euro” (la Repubblica del 7 aprile), l’economista Tito Boeri analizza gli argomenti adottati dai fautori del ritorno alla lira, sfatando molti dei falsi miti che li costituiscono. Boeri parte dall’assunto che l’uscita dall’euro produrrebbe come conseguenza una diminuzione delle tasse. Questo non è vero, afferma, perché “se l’Italia dovesse uscire dall’Euro, il nostro debito pubblico potrebbe solo aumentare”. Una parte dei titoli di Stato e dei prestiti contratti sui mercati internazionali aumenterebbero a causa della svalutazione della lira contro l’euro o le altre monete in cui sono denominati i titoli, mentre la parte restante causerebbe gravi perdite agli investitori stranieri che hanno titoli italiani nel portafoglio. La conseguente chiusura ai mercati internazionali della lira causerebbe “uno spread che tende all’infinito”, e l’aumento dei tassi di interesse potrebbe essere coperto solo con nuove tasse.

Anche la proposta di Grillo di ripudiare il debito in lire senza rimborsare i titoli di Stato alla scadenza, secondo l’economista produrrebbe una nuova tassa, ovvero una patrimoniale che graverebbe sugli italiani che hanno investito i propri risparmi su quei titoli. Considerando che le aliquote sarebbero al massimo del 5 per mille, la tassa potrebbe arrivare “fino all’80 per cento dei risparmi di una famiglia italiana” appartenente al ceto medio.

Terzo argomento: la Banca centrale – ammesso che il governatore di Bankitalia lo permetta – potrebbe comprare le nuove emissioni dei titoli di Stato. Qui basta andare a vedere i precedenti storici riguardanti la monetizzazione del debito, come per esempio i “miniassegni sul finire degli anni ’80 scambiati in fretta e furia prima che perdessero valore, un surrogato di una moneta che ogni giorno vedeva erodersi il proprio potere d’acquisto, con un’inflazione a due cifre”. E se da una parte con l’aumento dell’inflazione i debitori, Stato incluso, vedrebbero ridursi il valore del proprio debito, dall’altra i creditori e le famiglie che hanno investito in titoli di Stato o in attività non indicizzate all’inflazione si ritroverebbero con molti soldi in meno. Anche questa sarebbe una nuova tassa: la “tassa da inflazione”, e Boeri fa notare che l’inflazione “colpisce sempre le persone più vulnerabili”.

Infine, riguardo al principale argomento antieuro, che sostiene che “un governo non più sotto il giogo dell’austerità tedesca potrebbe fare quelle politiche espansive che servono a far ripartire l’economia”, Boeri rileva una contraddizione intrinseca: come fidarsi di politici che “lasciati liberi di spendere e spandere si occuperebbero del bene comune e non tornerebbero ad accordarsi lauti compensi?” Un’ipotesi decisamente confermata dalla nostra storia politica e che sorprende per il fatto che venga sbandierata da quegli stessi movimenti – Grillo in testa – che “si battono a parole contro la casta”.

La conclusione di Boeri è dunque che una uscita dall’euro comporterebbe inevitabilmente un aumento delle imposte, non il contrario. Tutto questo senza considerare le tasse che deriverebbero dal processo di transizione alla lira. Ci auguriamo che queste considerazioni spingano molti italiani – giustamente ‘indignati’ ed esasperati – a riflettere: incolpare l’euro di tutte le nostre disgrazie economiche è sicuramente la strada più facile e scontata, ma affidare il proprio consenso a chi cavalca l’onda del malcontento proponendo illusioni non è una opzione che, allo stato dei fatti, ci possiamo permettere.

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