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Don Luigi Sturzo: antifascista e difensore dei diritti civili

di Marco Cecchini Martedì, 29 Aprile 2014

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Don Luigi Sturzo: antifascista e difensore dei diritti civili

“Non ci può essere libertà del cristiano che non sia libertà del cittadino”: con queste parole lo storico Emilio Gentile sintetizza il pensiero di Luigi Sturzo durante la puntata a lui dedicata di Il tempo e la storia del 14 aprile, dal titolo Don Luigi Sturzo: l’antifascista in esilio. Una lezione interessante per ricordare un pensatore fondamentale della storia italiana, su cui segnaliamo l’uscita in questi giorni del Lessico sturziano. Gentile analizza la figura del sacerdote di Caltagirone mettendone in luce sia la continua opposizione al regime di Mussolini, che gli costerà ventidue anni di esilio, sia la sua lucida analisi e condanna dei totalitarismi del Novecento europeo.

Inviso al fascismo e minacciato, Sturzo si stabilisce a Londra dal 1924, dove continua la sua attività di denuncia della dittatura e di accoglienza dei profughi scappati o cacciati dall’Italia, e da lì compie diversi viaggi a Parigi. In quest’ambiente matura la sua coscienza europeista, intuendo la portata internazionale delle nuove dittature e il germe di una seconda guerra.

Anche se ostacolato nella sua attività dalle autorità cattoliche e più volte esortato a farsi da parte, Sturzo non smette mai di conciliare il pensiero cristiano con la battaglia per i diritti e per una società più giusta, interpretando il ruolo della Chiesa nella vita civile come quello – per usare le parole di Gentile – di “un’istituzione religiosa che ha una sua moralità che può essere anche di fondamento alla democrazia, non a un regime totalitario”.

A questo proposito vale la pena riprendere le riflessioni di Sturzo a proposito dello scoppio della guerra di Spagna e della consolidazione dell’ennesima dittatura, il regime di Franco: “La chiesa è soltanto dalla parte delle vittime innocenti dell’una e dell’altra parte. La chiesa non maledice i suoi persecutori ma prega per essi, non li uccide ma cura le loro piaghe, non si arma e non arma gli altri, ma predica la pace per tutti”.

La sua riflessione sul totalitarismo, che il sacerdote interpreta come una degenerazione del sistema democratico causata dall’esaltazione della politica e dalla negazione della morale, continua anche negli anni del dopoguerra: tornato in Italia nel 1946, Sturzo mette in guardia dai rischi dello statalismo come fenomeno a sua volta derivato dal regime totalitario. Rimprovera la nuova classe dirigente di non avere provveduto a rimuovere le incrostazioni dell’apparato corporativo e accentratore fascista, che è stato spezzettato tra i vari partiti, e lancia l’allarme che una politica statalista possa condurre il Paese verso un’altra dittatura.

Come evidenziato da Gentile, Sturzo non fu solo “primo interprete e uno dei più lucidi analisti del fenomeno del totalitarismo”, ma “mise in guardia anche contro il rischio delle democrazie dove il culto del capo, la figura del salvatore comporta sempre la fine della dignità e della libertà dei cittadini”. Parole da tenere ben presenti, come monito, nell’attuale momento di crisi dell’autorità democratica e di sfiducia nei confronti dell’Europa.

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