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Incrementare l’occupazione tra flessibilità del lavoro ed eccessivo costo della manodopera: più opportunità per il Mezzogiorno

di Alberto Pistone Mercoledì, 27 Febbraio 2013

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Flessibilità in uscita vuol dire flessibilità in entrata.

Il problema della disoccupazione è stato affrontato in modo errato sin dagli anni ‘60-’70 del secolo scorso.

All’epoca i governi succedutisi ipotizzarono la possibilità di industrializzare il mezzogiorno con la “forza”.

Finanziarono, a spese nostre, la costruzione di enormi siti nei luoghi più improbabili dal punto di vista industriale, ma tra i più belli dal punto di vista naturalistico. Vennero così distrutti per sempre, con apparente scientifica determinazione, la costa tra Augusta e Siracusa, il litorale di Gela, il golfo di Milazzo, i “mari” di Taranto e la costa di Bagnoli. Gli apparenti benefici in termini occupazionali, dissoltisi nel tempo, sono stati pagati con un prezzo molto più alto: l’annientamento degli ecosistemi e la compromissione della salute degli abitati delle aree limitrofe.

Nel corso degli anni ‘80 e ‘90 si aprì una nuova stagione, quella degli incentivi alle assunzioni.

Sgravi contributivi, fiscalizzazione degli oneri sociali e contributi a fondo perduto in tutte le salse. Enormi risorse pubbliche che sono spesso state utilizzate per creare nuova occupazione solo in apparenza. Ho assistito di persona alla chiusura di società ed all’apertura di nuove che “incrementando” l’occupazione, hanno goduto di consistenti benefici economici con i soldi pubblici. In altri casi, imprese alloctone hanno aperto sedi in Sicilia, ma solo sino all’esaurimento dei benefici, per poi andare altrove ad inseguire il risparmio.

Poco o nulla è rimasto. Assistiamo alla quotidiana emorragia di posti di lavoro senza che, dal lato dell’ingresso nel mondo dell’occupazione, si riesca a compensare il saldo fortemente negativo.

Occorre denunziare, che il Sindacato, sia per limiti intrinseci derivanti dall’essere rappresentanza dei propri iscritti, sia -più spesso- per miopia politica, tende a difendere esclusivamente le posizioni degli occupati, piuttosto che guardare agli interessi di tutti i lavoratori, soprattutto quelli esclusi dal mondo del lavoro, certamente più bisognosi di attenzione degli altri.

Nasce da questa erronea impostazione, specialmente della CGIL ed, al proprio interno, dell’ala più “estrema” di questa, costituita dalla FIOM, l’arroccamento contro ogni intervento che possa rendere i licenziamenti meno onerosi. Il sindacato difende il proprio iscritto, il proprio elettore e proprio sostentatore (ricordiamoci che i sindacati vivono delle quote associative degli iscritti) a scapito degli esclusi.

Di recente la CGIL ha presentato una propria proposta per far crescere l’occupazione. Il progetto si basa sulla creazione ed erogazione di nuovi incentivi all’occupazione. Prescindendo dalla sperimentata scarsa efficacia a lungo termine di tali soluzioni, ci si pone una domanda. Con quali soldi finanziare questi incentivi?

Piuttosto, un’analisi del problema occupazionale che non sia superficiale, deve partire da un presupposto che spesso sfugge. Il datore di lavoro non ha alcun interesse perverso a licenziare indiscriminatamente i propri dipendenti, non esiste conflitto classista, esiste solo la logica economica.

La forza lavoro costituisce un investimento consistente per l’imprenditore, anche per le mansioni in apparenza di minore livello. La comune esperienza ci insegna quanto tempo (che vale denaro) possa essere necessario per istruire un dipendente, anche per mansioni semplici. Senza considerare l’incognita legata all’effettiva adeguatezza del sostituto. Nessun posto di lavoro, infatti, è uguale ad un altro, e non tutte le persone hanno la preparazione o, semplicemente, la predisposizione naturale, per una determinata mansione.

Quello che invece teme il datore è di incappare in una persona non adeguata e non poter più risolvere il rapporto di lavoro con facilità. Si astiene, allora, dall’assumere, soprattutto allorché crescere possa fargli superare la soglia dei 15 dipendenti, limiti oltre il quale scocca il terribile rischio di dovere reintegrare il dipendente a seguito di un licenziamento dichiarato illegittimo (non mi addentro nei dettagli ma il discrimine e di fondamentale importanza). L’impresa in salute dovrebbe naturalmente tendere a crescere, come accade in tutto il mondo. In Italia capita che l’imprenditore rinunci a crescere o che, piuttosto, scelga di frazionare tra più soggetti giuridici le eventuali fasi scindibili del proprio ciclo produttivo, per mantenere l’agognata flessibilità in uscita, complicando di converso la gestione imprenditoriale.

Ogni discussione sull’abrogazione del famoso articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori (quello che disciplina la reintegrazione per le imprese che occupano più di 15 dipendenti) è sempre stata osteggiata con sacro furore dai Sindacati, i quali hanno fatto leva sulla massa degli occupati, timorosi di perdere il posto, come prospettato loro da campagne mediatiche disinformanti. Il Senatore Ichino, dalle fila del PD ed ora dalla Lista Monti, predica da anni la necessità di intervenire su tale fronte, senza esito.

Svestiamoci, per un momento, dei nostri panni di occupati per porci in quelli di quella enorme percentuale di disoccupati che c’è in Italia. Ci importerebbe sapere che, se mai riuscissimo a trovare il lavoro che è anni che cerchiamo, il datore non potrà licenziarci con facilità o, piuttosto, ci interessa trovare un’occupazione più in fretta possibile e poi tenercela stretta con il nostro sudore quotidiano?

Diventa, allora possibile immaginare, senza stravolgere i dogmi su cui è costruita la cultura sindacale italiana, di poter sospendere per i nuovi assunti, per esempio solo per i primi 4-5 anni dall’assunzione, l’eventuale applicabilità dell’art. 18, sostituendolo solo con una tutela risarcitoria economica. Se io sono fuori del mercato, cosa rischio ad entrarvi e poi eventualmente ad uscire di nuovo? Meglio un uovo oggi... che può trasformarsi in gallina domani, se sarò bravo e fortunato a farmi apprezzare ed a far crescere l’impresa.

All’esito del quinquennio di moratoria, si analizzerebbero i dati statistici. Dato 100 il valore degli occupati alla data di inizio della fase sperimentale, sarà divenuto 120 o sarà sceso ad 80? Di conseguenza si dovrebbe decidere se è come abolire la riforma o renderla definitiva.

Chi opera nel mercato del lavoro sa che, con quasi certezza, l’esperimento darebbe esito positivo ed è proprio per questo che parte delle forze di sinistra ed i sindacati oppongono fortissime resistenze di natura reazionaria ad ogni ipotesi di riforma in tal senso.

Anche la lentezza della giustizia influisce sul mercato del lavoro.

La difficoltà ed i rischi sottesi al licenziamento non sono l’unica ragione che “ingessa” il mercato del lavoro in Italia.

Allorché un giudizio di impugnazione licenziamento dura 5 o 6 anni, l’eventuale esito favorevole al lavoratore, che ottenga la reintegrazione nel posto di lavoro, può comportare l’obbligo del datore di corrispondergli anche tutte le retribuzioni maturate medio tempore oltre al versamento dei contributi. Si tratta di somme che possono mettere in difficoltà un’impresa di piccole dimensioni. Questa è una delle ragioni per cui, come sopra accennato, capita che le imprese non crescano oltre i 15 dipendenti e non raggiungano la cd. “massa critica”.

La riforma Fornero è intervenuta per porre dei correttivi, modificando la procedura da seguire allorché il Giudice del Lavoro deve pronunciarsi in materia di licenziamenti ed il lavoratore possa potenzialmente ottenere la reintegrazione, con l’obiettivo di ridurre la durata di tale categoria di giudizi.

Nel corso degli anni, tuttavia, gli operatori del diritto hanno potuto sperimentare che le riforme procedurali non risolvono i problemi se non adeguatamente supportate da adeguate risorse umane e materiali, risorse di cui la giustizia è stata privata nell’ultimo ventennio, dapprima per ragioni politiche ed, in ultimo, per le note ragioni economiche.

Come accelerare il processo? Si potrebbe immaginare di legare alla durata del giudizio l’importo del contributo unificato, in maniera inversamente proporzionale allo stesso e ponendolo a carico del datore. Meno dura la causa e più si paga. L’impresa pagherebbe di più allo stato in caso di pronta risposta: se il Giudice gli desse ragione, sarebbe ben contenta di farlo, mentre, nel caso contrario, il costo sarebbe comunque inferiore al rischio cui è esposta attualmente.

Lavorare meno per lavorare tutti.

Esiste in Italia uno strumento di salvaguardia dei posti di lavoro e del reddito dei lavoratori, c.d. ammortizzatore sociale, chiamato “contratto di solidarietà”: l’impresa che avvia una procedura di licenziamento collettivo per ridurre il personale, può raggiungere con i sindacati un accordo che preveda, in luogo dei licenziamenti, la rinunzia alla risoluzione dei rapporti di lavoro a fronte di una riduzione dell’orario di lavoro e della retribuzione di tutti i dipendenti, in misura proporzionale al monte ore del personale da licenziare.

Se si applicasse a tutti gli occupati italiani una sorta di contratto di solidarietà nazionale e si riducesse orario di lavoro di tutti i dipendenti del 5%, dall’attuale limite legale di 40 ore a 38, si creerebbero potenzialmente 1.600.000 posti di lavoro. Ovviamente questo, per poter essere attuato a costo zero, comporterebbe la riduzione della retribuzione degli attuali 32.000.000 di occupati di un importo pari al 5%. Tale perdita reddituale verrebbe potenzialmente compensata nel bilancio delle famiglie mono reddito dall’opportunità che i redditi diventino due. Per le famiglie che fossero già bi-reddito, si potrebbe immaginare di trovare dei meccanismi di compensazione, magari sotto il profilo fiscale, per limitarne l’impatto economico della solidarietà loro richiesta.

Spendo meno, guadagno meno

Come attrarre occupazione al sud? È noto a tutti che il costo della vita tra Milano e Catania non è lo stesso. Il prezzo dei beni acquistabili presso la grande distribuzione si equivalgono, ma il resto, quelli di produzione artigianale, i servizi e, non in ultimo, la casa, sia per l’acquisto che per la locazione, sono notevolmente più elevati al nord.

Perché non immaginare, allora, che i Contratti Collettivi prevedano che i dipendenti con sede lavorativa nelle regioni inserite nell’obiettivo 1 dell’Unione Europea guadagnino di meno rispetto agli altri, in proporzione al diverso costo della vita?

Questo ipotetico strumento contrattuale ha un nome, veramente odioso, si chiama “gabbia salariale”. Prescindendo dal nome, ritengo, tuttavia, che esso potrebbe attrarre nel mezzogiorno i tanto sospirati investimenti, stranieri e non. È chiaro, infatti, che il costo del lavoro è una delle variabili fondamentali che costituiscono i costi che l’impresa deve affrontare. Anche questo intervento, a differenza degli incentivi o degli sgravi all’assunzione, è a costo zero per le finanze dello stato.

Come sopra ipotizzato per i licenziamenti, anche le gabbie potrebbero essere introdotte in via sperimentale, al fine di porre immediato rimedio all’esplosiva situazione occupazionale del Sud, rimandando ogni decisione definitiva ad un secondo momento, dopo averne valutato l’efficacia per ottenere lo scopo sperato.

Ovviamente i miei sono solo degli spunti, mi piacerebbe che stimolino il dibattito, attendo di conoscere l’opinione di quanti vorranno tra gli iscritti ad ILeF.

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