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Idee nuove per un welfare di economie solidali

di Benedetto Torrisi e Antonio Spina Mercoledì, 27 Febbraio 2013

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 Premessa

Oltre ai bisogni tradizionali di prossimità alla persona, quali assistenza socio-sanitaria ad anziani, migranti ecc., si manifesta oggi, un aumento e un cambiamento dei bisogni legato anche alla grave crisi che investe il Paese: famiglie in difficoltà o in stato di povertà, lavoratori precari, cassaintegrati, lavoratori in mobilità, carenza di servizi alla non autosufficienza; di contro, la necessità di ridurre la spesa per welfare a causa dei vincoli di bilancio.

 Ma in questo scenario di assoluta incertezza, emergono nuovi quesiti: cos’è oggi il welfare o in questo termine quali problematiche vengono inserite? Chi copre il debito di quei Comuni che hanno deliberato le disponibilità in bilancio per pagare società del terzo settore ed invece non trovano i soldi per come pagare? E i lavoratori del terzo settore dediti al disagio sociale, che non vedono un euro da mesi, sono nuovi disagiati in mezzo ai loro diretti utenti (già disagiati)? E non dimentichiamo in tutto questo anche le lungaggini burocratiche. Ma esistono dei protocolli operativi che si attivano in situazioni di emergenza per rendere più efficace e di valore aggiunto tutta la macchina burocratica? Siamo ad un passo dal caos assoluto!

È uno scenario nel quale, chiunque in cerca di soluzioni, si impantana, anche gli addetti ai lavori. Il welfare oggi sembra essere un grande contenitore ove è possibile trovare di tutto. Quasi paragonabile allo sgabuzzino, luogo della casa dove accantoni di tutto. In una visione più figurata il welfare viene visto come un campo di calcio senza porte, ove chiunque scende in campo non sa dove tirare prima. Oppure c’è chi lo definisce “una società senza spina dorsale”.

Nell’accezione comune fare politiche sociali viene associato all’erogazione di sussidi. A questa visione si contrappone una nuova visione delle politiche sociali come processi di investimento ed opportunità di creare ricchezza. Occorre riformulare il welfare come processo di produzione di valore oltre che di servizio reso. Ma prima occorre un cambio di mentalità o, meglio, di prospettiva, che intraveda nel welfare non spesa improduttiva ma occasione di crescita.

Tagliare la spesa sul welfare significa precarizzare ciò che aiuta il sociale. E in una fase di congiuntura sempre più negativa, occorre attivare processi di compensazione naturali (tra regioni più ricche verso aree più povere) che darebbero linfa vitale per una società che muore. In momenti come questi la spesa pubblica deve andare principalmente verso le esigenze primarie “la vita dei cittadini più indigenti e bisognosi”. Questo rappresenta il miglior investimento per lo stato sociale.

 

Stato dell’arte

Non si può stabilire solo a livello centrale un taglio di servizi o di prestazioni senza un confronto con le realtà locali e senza magari aver tentato di concordare una diversa distribuzione delle risorse e di riorganizzazione dei servizi, con chi quotidianamente si trova vicino alle realtà interessate.

Spesso chi si è trovato a decidere e progettare sistemi di welfare, all’aumentare delle difficoltà derivanti anche dall’attuale stato di crisi che investe il nostro Paese, è rimasto ancorato a modelli ormai anacronistici. Questo atteggiamento ha fatto perdere lo stimolo alla ricerca del confronto, del contatto quotidiano con la sofferenza di chi per vari motivi si trova in stato di difficoltà. La classe politica a vari livelli si è limitata a cercare soluzioni più semplici nell’ambito del conosciuto, di modelli già applicati in precedenza in situazioni analoghe e nella teoria, piuttosto che spingersi a rivedere e ripensare a nuovi approcci metodologici.

 

Punti di debolezza

Il ruolo dell’ente locale si limita spesso all’affidamento di servizi, ad associazioni private, con criteri non sempre trasparenti e privi di ogni controllo o apporto congiunto dell’ente pubblico.

Ciò comporta il rischio di affidamento a cooperative sociali amiche o controllate e che spesso gli addetti all’assistenza agli anziani ed ai disabili siano assunti per raccomandazione e non scelti per la capacità e le doti umane (molto importanti in questo caso).

 

Idee e proposizioni

Riconoscimento di un ruolo centrale ai Comuni i cui amministratori locali conoscono meglio le specificità territoriali e le esigenze di persone e famiglie e sono in grado di meglio intervenire prontamente con azioni appropriate ed efficaci rispetto al bisogno.

 

Sempre a livello locale, andrebbero promosse azioni di cooperazione sociale, associazione di categoria, promotori di gruppi di acquisto e di reti di economie solidale, associazioni di volontariato ma sempre legate ad un territorio, una sorta di “Federazione Cooperativa”. Per far ciò occorre che:

- il sistema bancario sia più solidale e partecipe al finanziamento di attività del terzo settore;

- lo Stato attivi sgravi fiscali per società del terzo settore che presentino score di produttività qualificata attraverso un sistema incrociato di controlli (verifiche sulla qualità dei servizi resi tra utenti – assistenti – valutatori);

- le associazioni no profit e apartitiche si attivino verso un processo di solidarietà mirata alle esigenze del territorio, non continuativa, ma finalizzata a far ripartire la macchina degli aiuti sociali (diventa inutile l’esistenza di una miriade di associazioni che non comunicano tra loro e che sono dedite a mirare le proprie attività per i bisogni continentali, quando occorre intervenire sui bisogni dei più vicini!);

si attivino processi di solidarietà territoriale regolare.

 Rimodulare il sistema di individuazione ed erogazione dei servizi e di controllo degli affidatari. Una soluzione rivoluzionaria potrebbe consistere nel dare (agli anziani ed agli handicappati lievi, quelli che sono parzialmente autosufficienti) ai beneficiari del servizio, dei buoni nominativi, non rivendibili, che diano diritto a delle prestazioni di assistenti sociali od altro. In sostanza pagherebbero col buono e l’assistente sociale o operatore socio assistenziale potrebbe scambiarlo con il denaro.

 Il cittadino utente sceglierebbe il servizio migliore o l’assistente che eroga il servizio migliore. Il servizio migliorerebbe di certo e forse sarebbe necessario anche un minor numero di interventi di assistenza. Questa sarebbe una piccola rivoluzione, perché scardinerebbe parte di quel sistema clientelare.

L’assistente, scelto dall’utente, sarà premiato economicamente con un premio di produttività commisurato in base al rapporto tra qualità del servizio erogato e produttività resa.

 

Per funzionare serve cosa?

Serve un tavolo tecnico tra l’Ente Locale e i rappresentanti delle associazioni private che operano nel terzo settore “Federazione del terzo settore” per definire le regole di base. Quindi, una continua verifica nel tempo, con un processo di feedback e di valutazioni sulla qualità dei servizi ricevuti.

Serve il recupero di somme, dalla revisione delle spese pubbliche, da destinare al terzo settore. Sono necessarie collaborazioni e solidarietà territoriale verso il terzo settore.

Ma prima di tutto, sono necessarie persone nuove che agiscano con logiche nuove!

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